Una scuola buona o cattiva?

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Buona o Cattiva Scuola

Una riforma che sembra lasciare poco spazio all’insegnamento sostanziale

Che il motto “le parole sono importanti“, di morettiana memoria, sia fondamentale, mi sembra che non possa essere messo in dubbio. Ogni azione
che facciamo dipende da un pensiero, e il pensiero è articolato in parole.

È evidente allora che se quelle parole sono imprecise anche i nostri pensieri lo saranno, e di conseguenza anche le nostre azioni.

Dove si impara l’importanza delle parole? Solitamente a scuola. Dico solitamente perché ad analizzare da vicino le “cose scolastiche” questo insegnamento non passa, oppure passa con il contagocce.

Che questo sia uno dei punti fondamentali del famoso analfabetismo funzionale, individuato da Tullio De Mauro, per definire la popolazione che legge e non capisce fino in fondo il significato di ciò che ha appena letto, non ci sono dubbi.

La proposta di De Mauro, della scuola capovolta, cioè: gli insegnanti fanno icompiti e li inviano agli studenti su supporti tecnologici, affinché il giorno dopo se ne possa discutere approfonditamente, chiarendo le dinamiche di fondo, ancora non ha preso piede nelle nostre istituzioni scolastiche.

Ma è già una prospettiva che potrebbe ingenerare una decisiva inversione di tendenza. Inversione di tendenza che non si intravede nella riforma della cosiddetta Buona Scuola, voluta da Renzi.

Leggiamo cosa ne pensa Tullio De Mauro in un’intervista a Panorama.it del 5 gennaio 2017. “Sicuramente c’è più comprensione rispetto al passato, ma si deve capire, dove e come riformare.

Antonio Ruberti, ex ministro della Pubblica Istruzione, usava la formula ‘suscitare le attese’. Ho questa impressione leggendo la Buona Scuola.

Sono buoni, annuncia, ma vengono ignorati i meccanismi di realizzazione”. Un giudizio chiaro e definito, al quale ne aggiungiamo un altro che riguarda la lingua con la quale è stata scritta la riforma della scuola. Vi si usa, qui, una sorta di lingua tecnica, un linguaggio di marketing composto, oltretutto, da molti fonemi inglesi che fanno riferimento a quello che viene definito ‘slang manageriale’.

Si va dal problem solving al challange, dal digital divide alla comfort zone. È chiaramente un sistema linguistico adatto al marketing e non alla scuola. Ma in questo caso non si vuole parificare la scuola all’azienda privata e alle sue incursioni nel mercato, si tratta invece, cosa ancora più grave, di una sorta di sperimentazione delle strategie di marketing sugli apparati pubblici.

In altre parole il Governo intende studiare la reazione dell’istituto della scuola pubblica imbrigliato nelle regole del marketing. Le risultanze di questo esperimento saranno la base della nuova riforma, con esiti che non si possono immaginare.

È evidente, allora, per riprendere il concetto di analfabetismo funzionale, che con questi strumenti che lavorano sulle offerte formative e lasciano poco spazio all’insegnamento sostanziale, l’analfabetismo funzionale continuerà ad avanzare, sforando quel famoso 70 per cento.